Orgoglioso di voi

Siamo arrivati a luglio, anzi lo abiamo già intaccato.

E sono sorpreso da questo gruppo. Di quello che ha fatto durante l’anno, di come è cresciuto nel breve spazio di questa stagione schermstica. Sono, forse più che sorpreso, orgoglioso! Siamo a luglio. Ed è un piacere vedere che si ha ancora voglia di venire a sudare. Qui, tra le zanzare a lavorare per la stagione prossima. Con il piacere di stare insieme certo ma sono sicuro anche con la voglia di migliorare. Questo è un passo importante per la crescita di tutta la palestra. E’ la giusta mentalità senza la quale non si cresce, in nessun campo. Quello che queto gruppo scoprirà è che il lavoro, il sudore di questi mesi si trasformerà in qualcosa di positivo. Capirà che per ottenere bisogna dare. E una volta che l’avrà capito e vissuto sulla propria pelle potrà trasmetterlo agli altri. Per arrivare a quel punto però si deve ancora lavorare molto ma la strada è quella giusta. Per adesso però posso dire che sono orgoglioso di voi.

Prima la persona, poi l’atleta

“…………Tanti fattori incidono nella preparazione di un atleta o di una
squadra, così come è necessario considerare tanti aspetti per capire i
fenomeni che lo sport scatena. Di tutti però uno è più importante,
fondamentale, decisivo: il fattore umano. Quello che dell’essere umano
è esclusivo: la sua psiche, quel complesso insieme di ragione, di
passioni, di sentimenti, di intelligenza.
Gli allenatori, i maestri, i professori, i giornalisti e gli stessi genitori dei
bambini o ragazzi che fanno sport non devono mai perdere di vista che
coloro che giocano sono soprattutto persone, nella loro grandezza e
nelle loro debolezze…………………………..”
Julio Velasco

Bisogna anche imparare a perdere

Ringrazio Edoardo Morini, presidente del Comitato Regionale Toscano di scherma, per avermi segnalato questo articolo.

A parlare è Julio Velasco, allenatore della nazionale azzurra di pallavolo prima dell’Olimpiade di Atlanta 96.

“Noi siamo diventati popolari perché abbiamo vinto molto.

Spesso ci chiedono come si fa ad avere una mentalità vincente. Dico una banalità: si ottiene vincendo.

Molte volte si pensa che vincere significhi battere gli avversari, ma vincere è anche superare i propri limiti. Questa, anzi, è la prima vittoria che si deve cercare di ottenere.

Quando uno è già adulto e cerca di imparare un nuovo sport, per esempio lo sci, se ci riesce la sua soddisfazione è pari a quella di vincere una partita.

Vincere è anche superare delle difficoltà. E questo vale sia nella vita che nello sport. E poi c’è la vittoria sugli avversari.

Purtroppo noi viviamo in una società in cui si pretende di assimilare tutta la vita ad un campionato. Come se lo sport fosse un paradigma per tutte le situazioni. Ci dicono: “Sii un campione, mangia la pasta tal dei tali”, “Vinci nella vita, usa la macchina talaltra”. Invece la vita non è un campionato.

Noi facciamo un mestiere particolare, difficile perchè non ci basta fare le cose bene, dobbiamo farle meglio degli altri. Se noi facciamo una bella partita e poi perdiamo per una palla, come è successo a Barcellona (17 a 16 all’ultimo set), abbiamo perso. Pochi si ricorderanno se abbiamo perso per molto o per poco. Ed è giusto così, lo sport è così. Ma la vita non è così. Non è che se uno fa un punto in meno di un altro è un perdente. Non ci dobbiamo credere. Quello che invece serve allo sport è imparare a perdere, oltre che a vincere. Anche se tutti parlano dell’importanza dell’aspetto educativo dello sport e poi hanno paura di introdurre l’agonismo nella scuola, come se l’agonismo non fosse già nella vita, come se non si dicesse ai bambini: “Preparati, la vita è molto dura. Tu devi essere il migliore, quindi studia”.

Serve imparare a vincere, nel senso che bisogna fare le cose bene, sacrificarsi, essere efficienti, dare importanza alle cose decisive e anche a quelle meno decisive, quando la posta in gioco è alta. Ma serve anche imparare a perdere. Chi fa sport sa che non si può vincere sempre. L’eccezione è vincere sempre, la norma è un’alternanza tra vittorie e sconfitte. Io ho sempre detto che sono molto orgoglioso della nazionale che ha vinto due mondiali e due europei, ma sono altrettanto orgoglioso della squadra che ha perso le Olimpiadi a Barcellona. Perchè ha saputo perdere. Quando abbiamo perso non abbiamo detto: è colpa dell’arbitro, siamo sfortunati, la Federazione non ci ha appoggiato, è colpa di un giocatore, dell’allenatore, di quel dirigente. Abbiamo detto: l’avversario è stato più forte di noi, punto e basta.

Noi abbiamo costruito la mentalità della squadra combattendo quella che chiamiamo la cultura degli alibi. Che cos’è un alibi? E’ dire che non posso fare questo non perchè non ci riesca, ma perchè c’è qualcosa che lo impedisce e che io non posso modificare. Qualcosa di più grande di me. Questi alibi noi li abbiamo combattuti in tutti i sensi. Quindi quando ci è toccato perdere (una sconfitta molta dolorosa per noi, perchè era il sogno della nostra vita) non abbiamo detto niente. E ci siamo preparati da quel giorno per vincere un’altra volta.

Adesso abbiamo il grande compito di andare alle Olimpiadi di Atlanta e tutti ci daranno per favoriti, come è successo nel ‘92. Ci hanno addirittura detto che eravamo il dream team, un’espressione coniata negli Stati Uniti per le squadre di basket e che indica la squadra dei sogni di tutti gli americani. L’ho già detto molte volte, noi non siamo la squadra dei sogni. Siamo la squadra che sogna. Sogna di vincere un’Olimpiade e faremo di tutto per vincerla. Se non ci riusciremo non ci considereremo dei perdenti, sapremo però che abbiamo fallito un obiettivo. Ma l’aver fallito un obiettivo non vuol dire essere nella merda della storia. E questo è valido anche e soprattutto per i giovani. Voi dovete cercare di vincere il più possibile, ma non credete a quelli che vi dicono che il mondo si divide tra vincenti e perdenti. Il mondo, secondo me, si divide soprattutto tra brave e cattive persone. Perlomeno questa è la divisione più importante. Poi, tra le cattive persone ci sono anche dei vincenti, purtroppo e tra le brave persone, purtroppo, ci sono anche dei perdenti.”

julio velasco

La mia esperienza

Avevo detto che avrei scritto qualcosa anche io su questo argomento e quindi eccomi qui.

Mi sembra di capire che il dibattito fino ad ora sia incentrato su questo punto: meglio la critica o l’incoraggiamento? E’ una domanda secondo me sbagliata. In assoluto non si può dire quale sia l’atteggiamento migliore da tenere nei confronti di un figlio da parte di un genitore e nei confronti di un allievo da parte di un maestro.

Lo stesso figlio/allievo ha bisogno a volte dell’una a volte dell’altra cosa.

In realtà non so se scriverò proprio su questo argomento. Volevo piuttosto raccontarvi la mia esperienza di figlio/atleta.

Mio padre era (è ancora vivo :-D , ma dico era perchè adesso è completamente diverso) un padre che dedicava gran parte del suo tempo a portarmi in giro per gare ed allenamenti. Sapete tutti che io ho girato diverse società, ma quando da Firenze mi sono iscritto alla Mens Sana Siena era lui a portarmi ad allenarmi. Da casa mia alla palestra a Siena sono 74km ad andare e altrettanti a tornare per 4 volte a settimana da settembre a luglio.

Un bell’impegno per me e per lui. Ma facciamo un passo indietro.

Quando sono venuto via da Firenze non sono stato io a dire, “voglio cambiare società”. Non sono stato io a dire “voglio andare ad allenarmi a Siena”. Vi sembrerà strano ma io avrei mandato tutto al diavolo. Ho cominciato a fare scherma a 8 anni. La prima coppettina l’ho presa a 18. Nel mezzo tante botte, facevo fioretto e non so bene perchè (anzi ora lo so ma allora non lo capivo) non mi riusciva.

Fino a che un bel giorno a 15 anni qualcuno (mio padre) ha preso una decisione per me e ha provato a convincermi che era mia. Dovevo cambiare arma (dal fioretto alla spada) e dovevo cambiare palestra (dall’Accademia Fiorentina alla Mens Sana Siena).

Adesso posso solo dire grazie a mio padre. Senza di lui non sarei la persona che  sono adesso. Sicuramente senza di lui avrei smesso di fare scherma. “Perchè continuare se non passo nemmeno il primo turno?” mi chiedevo.

Mio padre invece non si chiedeva questo. Credo che fosse fermamente convinto delle mie possibilità. Dove aveva questa convinzione? In fondo mio padre non era mica un maestro di scherma e infatti vi assicuro che non ne capiva molto. Aveva però conosciuto il maestro della Mens Sana Siena e mi aveva fatto seguire da lui in un paio di gare e gli aveva chiesto se il gioco valeva la candela. Cioè se valeva la pena iscriversi  da loro o se era inutile. Secondo Alessandro Zalaffi il maestro di Siena si poteva fare.

A me è andata bene, nel senso che nessuno mi garantiva successo e nel senso che se non fosse andata come è andata forse mio padre adesso avrebbe un senso di colpa non da poco. Insomma ragazzi a 15 anni io avevo voglia di fare altro che andare a allenarmi a Siena.

A pensarci bene mio padre ha avuto un gran coraggio. 

Dai 15 ai 16 anni mi sono allenato con un impegno mostruoso senza raccattare nulla. Alessandro (Zalaffi, il maestro di Siena) mi diceva: “Prima di essere in grado di fare una certa azione in gara devi averla provata 1000 volte in palestra”. 1000 volte? Si 1000. e se sono 1500 meglio.

Alla fine però nonostante questo impegno le gare restavano un problema. Nel senso che in palestra rendevo 100 e in gara 30. I risultati non c’erano. Alla fine del secondo anno cadetti dopo aver bucato le altre gare e non avendo nulla da perdere è venuto anche il risultato. 5° ai campionati italiani. Per uno che faceva 64 quando andava bene era un miracolo. Adesso so che non era un miracolo.

Quella gara l’ho fatta senza aver nulla da perdere. Senza sentirmi mio padre addosso. Ero sgombro di testa, tiravo per me stesso e non per lui. Alle altre gare precedenti mi sentivo in debito verso di lui perchè faceva tanti sacrifici per farmi allenare etc… Il risultato era che mio padre pur volendo farmi del bene, mi creava delle pressioni enormi, anche se involontariamente. Era questo il problema. Io tiravo per lui e non per me. Anche il fatto di averlo in palestra tutte le sere era un problema perchè nel viaggio di ritorno mi diceva “devi fare questo dovevi fare quest’altro…” Un tormento. A volte dava consigli anche nelle pause dell’allenamento.

In quella gara invece questa pressione l’avevo lasciata alle spalle, non so come. E infatti la gara andò bene.

Da quella gara in poi le cose sono migliorate? No assolutamente no. Anzi sono peggiorate. Perchè se avevo fatto il risultato da cadetto allora dovevo allenarmi di piu per i giovani. E questo era giusto. Il problema era che sentivo su di me ancora più pressione ancora più aspettativa. Il problema era che non mi scrollavo di dosso il peso di mio padre e non riuscivo nemmeno a parlarne con lui.

Alternavo 3, 4 gare andate male a un risultato ottimo che veniva sempre a fine stagione in genere, quando non avevo nulla da perdere, oppure all’inizio della stagione subito dopo le vacanze, quando lo “stress da padre” non era così forte.

Arrivato a 20 anni avevo fatto dei risultati ma non cosi tanti come avrei potuto se fossi stato più tranquillo. Avevo fatto gare in coppa del mondo, finali ai giovani, avevo anche vinto una prova giovani (per darvi l’idea: metto la botta del 15 a 13 e vinco la gara, esulto abbraccio mio padre e gli dico “ce l’abbiamo fatta”. Notare il plurale come se lui avesse tirato con me. Ero stressato anche se vincevo.). Ma mi ero giocato la possibilità di fare un mondiale U20 in malo modo perdendo un assalto alla portata (15 giorni prima avevo vinto la gara di cui parlavo prima e quindi ero in forma, ma la testa…).

Non dico che fosse colpa di mio padre. All’inzio si quando ero cadetto e il primo anno giovani ma poi dopo ero anche io che pretendevo sempre il risultato per forza e mi creavo delle pressioni da solo.

Negli anni successivi le cose sono cambiate perchè sono cresciuto ho imparato a gestire lo stress e a riconoscerlo. Sono andato anche dallo psicologo dello sport e mi è servito molto.

Sono riuscito  a parlare con mio padre di questa pressione che sentivo, e lui ha capito, si è fatto da parte, appoggiandomi in modo diverso, più distaccato.

Nel 2003 poi ero più maturo, e con l’appoggio positivo di mio padre e della mia famiglia e della mia fidanzata, sono riuscito a fare una stagione intera ad alto livello. Finalmente ero riuscito per una stagione a gestire lo stress delle gare. 1° alla selezione regionale, 6° al primo open nazionale, 3° al secondo, 4°  a squadre in A2.

Sono alla fine di questo lungo articolo, veramente troppo lungo mi spiace. Adesso che faccio il maestro ma ho ancora molto fresco il ricordo di quando mi allenavo io, posso solo dirvi questo:

Ragazzi, affidatevi a chi ha più esperienza di voi, ai vostri genitori. Parlate con loro anche se vi costa, se avete “paura”. Allenatevi per voi stessi, per migliorarvi. L’obiettivo non può essere vincere la gara, ma piuttosto provare a migliorarsi, ricordandosi sempre che avete un avversario davanti che vuole fare lo stesso. Questo non significa andare alle  gare senza metterci l’anima ma solo che quando si vuole una cosa per forza si rischia di non ottenerla.

Il nostro è uno sport veramente difficile. Le gare andate male ci saranno, ma come vengono, vanno via. Ritrovarsi in palestra con i vostri amici invece, con l’obiettivo di migliorare se stessi, è una cosa che vi resterà per sempre.

In pedana: “figlio” o “allievo”?

Ricevo e pubblico con piacere i pensieri di Tommaso. Credo che possa dare lo spunto per parlare di questo argomento.

Eccovi l’articolo di Tommi:

Tante volte nel mondo dello sport emerge il tema della triade atleta-insegnante-genitore. Un circolo di rapporti emotivi e sociali che sono fattori importanti nel determinare il rendimento sportivo di un atleta.Anche nella scherma queste tre entità si intrecciano l’una con l’altra e il fenotipo dell’atleta (“ciò che appare “) è diretta conseguenza dei rapporti di collaborazione, dominanza, contrasto o fiducia tra la “triade”.Sicuramente ciò che è più facile valutare e criticare è la prestazione dell’atleta: vince? allora tutto sta andando in modo positivo; perde? c’è qualcosa che non va. Ma la “colpa” di chi è? L’INSODDISFAZIONE derivante da una prestazione agonistica può essere percepita in maniera molto diversa dal maestro, dall’atleta e dai genitori; ognuno di questi può favorire o mascherare tale percezione agli altri membri “della triade”: l’atleta può essere deluso perché a nessuno piace perdere; un bravo maestro è la figura professionale della scherma, che, con la sua preparazione ed esperienza, sa criticare nel momento giusto, ma anche rassicurare nei momenti più difficili; il genitore, spesso, è il tifoso che si fa trascinare delle emozioni, riversandole sul figlio senza filtro di ragione.Come si deduce dal titolo, volevo approfondire proprio quanto un genitore sia determinante nella crescita di un atleta. Il primo concetto da chiarire è che “la scherma è degli atleti”.  Il genitore è la figura che permette al figlio/a di praticare e divertirsi in uno sport bello come la scherma; è la persona che tira fuori dalla scatola timida del figlio i suoi sentimenti,e tutte le sue azioni sono volte a cercare di capire se l’esperienza sportiva e soprattutto agonistica sono vissute positivamente. L’unico interesse deve essere la gioia del figlio: il disinteresse per l’attività dei figli è negativo quanto l’insistenza per fargli fare quello che vogliamo. Purtroppo tutto questo, spesso, si realizza in un’invadenza di genitori di un mondo che appartiene ai figli.La gara è un momento in cui le emozioni vissute dall’atleta devono essere libere da qualunque condizionamento; l’unica immagine che si deve vedere è quella di un “atleta”che affronta in pedana le proprie paure, che vuole vincere per se stesso, che si diverte con gli amici, che vive fino in fondo il rapporto con il maestro. In pedana non si deve vedere un “figlio” che deve affrontare le paure del giudizio dei familiari, che deve vincere per dimostrarsi “bravo” ai genitori, che non sa se ascoltare i consigli del maestro o le urla della “tribuna tifosi”.Anche in palestra la presenza dei genitori influisce sulla crescita del figlio; a tal proposito voglio citare l’opinione del M° Enrico Di Ciolo: “l’interferenza sta nel fatto che i ragazzi, con un genitore presente durante la seduta, non sono “soli” nel loro ambiente; la presenza del babbo,o mamma, li inibisce ad esempio dal comportarsi liberamente, dicendo parolacce, offendendosi, grattandosi le parti basse, non impegnandosi, rispondendo male al Maestro, facendo la corte alla compagna di allenamento etc.; la presenza del genitore li inibisce perché non fa parte del Gruppo. Il Gruppo nella scherma è tuttora uno sconosciuto, ma esiste, i più forti lo sanno bene, il gruppo è fondamentale. I genitori non fanno parte del Gruppo degli atleti”. Voglio concludere con un’altra citazione, questa volta proveniente dal mondo letterario:

E una donna
che teneva un bambino al seno disse:
“Parlaci dei figli”.
Ed egli disse:

I vostri figli non sono vostri figli.
Sono figli e figlie del desiderio ardente
che la Vita ha per se stessa.
Essi vengono per mezzo di voi,
ma non da voi.
E benché siano con voi,
non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore
ma non i vostri pensieri,
poiché essi hanno i loro pensieri.
Potete dar alloggio ai loro corpi,
ma non alle loro anime,
poiché le anime
dimorano nella casa del domani,
che voi non potete visitare
nemmeno nei vostri sogni.

Potete sforzarvi di essere come loro:
non cercate però di renderli come voi.
La vita, infatti, non torna indietro
né indugia sul passato.

Voi siete gli archi
dai quali i vostri figli
come frecce viventi son lanciati.
L’arciere vede il bersaglio
sul sentiero dell’infinito
e vi piega con la sua potenza
perché le sue frecce
volino veloci e lontane.
Lasciatevi piegare con gioia
dalla mano dell’Arciere;
poiché come egli ama la freccia che vola
così ama pure l’arco che è ben saldo”.

 Khalil Gibran